Rubrica del venerdì
Storie brevi

L’abbraccio

Anche questa settimana vi proponiamo un racconto autoconclusivo

Buona Lettura !

 

L’abbraccio

Spengo il motore dell’auto e prima di scendere mi concedo una piccola pausa.

Serro le palpebre per bloccare le lacrime.

Emetto un lungo sospiro e cerco di calmarmi.

Sono stanca, ho i muscoli intorpiditi e la testa pesante ma il momento del riposo è ancora lontano.

Vorrei tanto un abbraccio, uno di quelli sinceri, spontanei, disinteressati, una stratta d’amore puro che scalda il cuore e da energia.

Riapro gli occhi e apro la portiera, scendo lentamente, senza fretta, devo entrare in modalità “con calma, pazienza e lentezza”, premo il tasto per attivare la chiusura centralizzata e mi avvio verso il cancelletto della casa di riposo.

Mentre percorro il vialetto nel parco della struttura un brivido persistente percorre la mia schiena, oggi è una di quelle giornate in cui mi sento debole, indifesa e terribilmente sola. Ho l’impressione di esistere solo per adempiere a dei doveri, di essere emotivamente trasparente, il lavoro, i figli, la spesa, la casa, tante incombenze senza gratificazione, eppure io vorrei solo un gesto d’affetto, una gentilezza, in abbraccio.

Sono quasi giunta a destinazione e la porta scorrevole a vetri si apre di fronte a me, con passo deciso attraverso l’atrio e mi avvio verso la sala ricreativa e mi costringo a sorridere e ad assumere un’espressione rilassata.

L’infermiere mi accoglie con garbo:

“Buonasera! Ben Tornata! Lo abbiamo già preparato per l’uscita, la giacca è appoggiata sul bracciolo della sedia. Ci vediamo più tardi!”

“Grazie Mille! Vada pure, come d’abitudine lo riporterò tra un’ora circa”

La giovane donna dai tratti sudamericani si allontana con passo sinuoso e io rivolgo tutta la mia attenzione all’uomo seduto davanti al televisore. Mi sembra dimagrito e la schiena mi pare più curva rispetto all’ ultima volta in cui l’ho visto, ma forese è una mia impressione perché sono trascorsi solo due giorni.

Mi avvicino con cautela ed appoggio la mano sulla sua spalla sinistra, con delicatezza e movimenti misurati per non spaventarli, lui, accortosi della mia presenza si volta e mi fissa con i suoi occhi chiari ormai inespressivi. Con tono di voce calmo e pacato, scandendo bene ogni parola lo saluto

“C i a o, p a p à. C o m e   s t a i? “

Il suo volto assume un’espressione perplessa, e sussurra “Ehe?!”

Gli sorrido, e mi abbasso portando il mio viso all’altezza del suo, ora siamo l’uno di fronte all’altra, occhi negli occhi, le punte dei nostri nasi, così simili tra loro, che quasi si sfiorano. Provo a riformulare il quesito , so che per lui è difficile comprendere ed articolare una risposta di senso compiuto ma ciò che ha ormai irrimediabilmente perso a livello cognitivo è spesso compensato da una grande sensibilità ed è importante che avverta che sono qui per lui , che gli sono vicina e che si lasci avvolgere dal mio affetto.

“Stai bene papà? “anche questa volta non ottengo nessuna risposta quindi decido di cambiare strategia, sarebbe inutile e controproducente insistere. Afferro la giacca e gliela mostro, so che adora stare all’ aria aperta e passeggiare, quindi, con tutta la pazienza di cui sono capace provo a proporgli una passeggiata nel parco.

Lo aiuto ad alzarsi e lui, docilmente si fa guidare, poi gli mostro l’ indumento e sentenzio “ Ora ti aiuto a vestirti, poi andiamo fuori a camminare. Oggi è una bella giornata, ci sono i fiori, gli uccellini che cinguettano, le farfalle che volano …” nel frattempo gli prendo una mano e lo aiuto ad indossare la giacca.

Quando cerco di prendergli la mano per accompagnarlo all’uscita sembra rianimarsi, inizia a camminare saltellando, batte le mani contento ed inizia a cantare “Lalalala! ” è felice.

Passeggiando lentamente nel vialetto, mi indica con il dito i fiori colorati.

Una strana nostalgia inizia a farsi strada nella mia mente, ricordando quando ero bambina e lui portava con se a cercare funghi o castagne nei boschi, avanzava con passo deciso in quei luoghi amati e conosciuto mentre io, pigra ed immatura, mi lamentavo perché non volevo camminare.

Ad un tratto si ferma, quasi spaventato, puntando l’indice verso un punto non ben precisato accanto al tronco di un albero secolare. Un piccolo scoiattolo si ferma ad osservarci per un istante prima di arrampicarsi ad una velocità impressionante.

Ci sediamo su una panchina in silenzio, ormai è difficile comunicare a parole ma a volte basta un gesto per trasmettere la mia vicinanza, o almeno spero che sia così.

Estraggo dalla borsa un pacchetto di biscotti, lo apro lentamente e ne offro uno anche a lui, adora i dolci e lo accetta di buon grado rivolgendomi un mezzo sorriso.

Avvolta dalla pace e dal silenzio del parco odo nuovamente quelle parole che tanto mi hanno ferito in passato:

“Ma perché vai in quel ricovero così spesso? Lui non sa più chi è, non si ricorda nemmeno di essere sposato e di avere una figlia. Non ti riconosce ed è del tutto indifferente che tu vada a fargli visita o meno, tanto ormai … “

Mi sforzo di non piangere, qui in sua compagnia. Gli altri possono dire ciò che vogliono, continuano a non comprendere ma io so, nel profondo della mia anima che la sua sensibilità è intatta. Non sa chi sono, è vero, ma sa che lui per me è importante e lo avverte. Non resta che l’ombra dell’ uomo che era, del mio papà, ma  la sua indole mite è gentile è intatta e apprezza la mia compagnia!

Come se riuscisse a leggermi nel pensiero si volta con estrema lentezza verso di me , allunga le braccia e prende il mio viso tra le mani ossute, con estrema dolcezza, per un attimo mi pare di scorgere un’ espressione nel suo sguardo assente  e mi dice “ Tu si che sei bella! Se brava!” Ho un groppo in gola e devo compiere uno sforza immane per trattenere le lacrime . Prendo le sue mani tra le mie e gli rispondo “ Anche tu sei bravo! Ti voglio bene!” . Non replica, è già tornato nella sua dimensione, ma mi rivolge quel suo sorriso incerto.

Dopo qualche minuto facciamo ritorno, si stanca facilmente e compie ogni gesto con una lentezza snervante quindi il tempo a nostra disposizione è già terminato.

Gli sfilo lentamente la giacca per non fargli male ed è già arrivata l’ infermiera che lo aiuterà a tornare in camera a prepararsi per la cena. Lo saluto con la mano mentre sia avvia verso la porta “ Ciao Papà, ci vediamo tra un paio di giorni!”

Inaspettatamente si volta e compie due o tre passi verso di me, fino a raggiungermi , mi guarda senza parlare, come se aspettasse qualcosa.

Il mio istinto prende il sopravvento e lo abbraccio forte, di slancio. Con mio stupore ricambia il mio gesto ed il mio cuore inizia a martellare nel petto per l’emozione.

Eccolo l’abbraccio di cui avevo tanto bisogno!

 

Lella Dellea

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