Di uomini e di mondi
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OurFreeTime “Di uomini e di mondi” di Martina Tassini

Racconti di vita

Luoghi e ambientazioni come co-protagonisti di scelte e percorsi

E passarono storie
di uomini e di mondi
di eroi e di dittatori
di contadini e condottieri
di operai e di miliardi
di padroni e minatori
di vinti e vincitori
di oppressi e di oppressori.
E passarono secoli
di popoli ed imperi
di re e di regine
di Stati nati e caduti
di sangue e di sudore
di ideologie e di propaganda
di rivoluzioni e delusioni
di coraggio e codardia
di sincerità e ipocrisia.
E passeremo anche noi
di uomini e di donne
di aperitivi e di proteste
di malattie e di fortune
di gioie e di dolori
di amore e di speranza
di rabbia e di rancore
di guerre e di candele.
Martina Tassini.

 

Sinossi:
Si tratta di sette racconti a tematiche differenti: cadute, rinascite da situazioni di stallo, ambivalenza dell’amore, aborto (da donna credo sia necessario parlarne soprattutto oggi), depressione, sogni realizzati ed infranti, come, talvolta, certi incontri casuali possano modificare in bene o in male il corso della nostra vita.
L’obiettivo è raccontare la vita e soprattutto indagare le motivazioni dell’agire umano in quanto tutti noi abbiamo i nostri perché. Anche i personaggi più disastrati – passatemi il termine per favore – hanno i loro perché .L’intento, ambizioso, è stato quello di essere universale.
I racconti hanno ambientazioni differenti e anche i luoghi diventano protagonisti che accompagnano i personaggi nelle loro scelte e/o vicissitudini.
L’autrice
Martina Tassini nasce a Bologna nel 1978, si laurea in Lettere presso l’Università di Bologna, consegue un diploma in arte delle scena, recita in teatro e scrive per il teatro per dieci anni, consegue un Master in gestione dei gruppi e studia Psicologia presso l’Università di Firenze. Attualmente lavora come docente di Italiano per l’Università di Losanna (Svizzera francofona) e ha una libera professione che organizza eventi culturali in italiano. Collabora con due riviste, una italiana per la quale scrive articoli a carattere filosofico – esistenziale (Energy caffeina EC edizioni) e una rivista anglofona per la quale si occupa della parità di genere.
Considera la poesia catartica nel senso che la vive come espressione di un momento e di uno stato d’animo, vive invece la prosa come un viaggio alla scoperta di sé stessa e dell’altro, i suoi personaggi. D’altra parte ha trascorso la sua vita a viaggiare, si definisce una globetrotter, ha vissuto in luoghi diversi e l’incontro con l’altro l’ha sempre affascinata perché ritiene che tutti abbiano qualcosa da insegnarle.
Per l’Inedito letterario ha pubblicato delle poesie e comparirà in una raccolta di racconti intitolata “Di alabastro e nero”.
“Di uomini e di mondi” è la sua opera prima, sempre edita da L’Inedito letterario.
Il mio intento è stato quello di raccontare la vita, quella vera, non patinata, sperando che tutti voi possiate riconoscervi in un personaggio.
Se desidererete leggermi, spero che troverete la lettura interessante e che potrete trovare nei miei racconti dei passaggi di riflessione sulla vita.
Grazie a tutti coloro che si interesseranno.
Un regalino per voi … Leggete l’inizio del primo racconto 
Campagnini Nerina, Rina in casa e per gli amici, di Fiesso, provincia di Bologna, figlia di una famiglia di contadini, una sorella e un fratello, era considerata la ragazza più bella del paese, un seno generoso, gambe lunghe, capelli rossi e lentiggini.
Camminava a testa alta e con atteggiamento spavaldo come se niente e nessuno potessero spaventarla, cosa che di fatto accadeva.
Era perfettamente consapevole che al suo passaggio tutti si giravano per guardala, ne andava fiera e amava giocarci sopra come spesso accade alle giovani donne.
Chi la desiderava, chi la invidiava. Gli uomini la desideravano, le altre ragazze la detestavano, ma in silenzio, semplicemente si limitavano ad escluderla e non la invitavano ad uscire. Non che a Rina importasse molto, era diversa dalle altre, aveva un carattere deciso e cocciuto nonché l’abitudine di dire tutto quello che pensava senza filtro alcuno: se una ragazza non era a suo avviso attraente, senza troppi problemi o preamboli, le diceva letteralmente che aveva un culo grosso da non passare dalle porte.
Era la più ammirata e corteggiata, ma non era considerata una da sposare: troppi grilli per la testa, troppo decisa, non avrebbe mai ubbidito al volere dl un marito, in più odiava cucinare.
Non era un pettegolezzo o meglio, lo era diventato, visto che nei paesi e non solo, l’attrazione principale è spesso sparlare degli altri, ma in questo caso particolare, era Rina a vantarsene continuamente.
E poi non andava in chiesa, comportamento non particolarmente apprezzato.
Di giorno lavorava nei campi con il fratello, era dura, la pelle della sua carnagione delicata tipica di chi ha i capelli rossi, era cotta dal sole, ma, nonostante dimostrasse più anni dei suoi diciannove, rimaneva comunque la più bella di tutte.
Avrebbe potuto lavorare come sarta, come la sorella e come molte ragazze del paese, ma non trovava chi le desse un impiego.
Troppo bella? Troppo decisa? Troppo abituata a fare di testa sua? O forse il parroco della chiesa locale che le metteva i bastoni tra le ruote? È altresì vero che, oltre a non andare in chiesa, un giorno gli aveva sputato contro perché Don Remo le aveva detto che il suo carattere era simbolo del demonio.
In più la famiglia non godeva di nessun appoggio, non era apprezzata dalla parrocchia per quella figlia così testarda e non apparteneva a nessun partito.
Il padre era disperato. Erano poveri, molto. E poi c’era quella ragazza che si sarebbe potuta maritare subito tanto era bella, ma che nessuno si sarebbe mai preso in moglie tanto era ostinata a non voler abbassare la testa.
La sorella, per fortuna, anche se non bella, aveva un carattere mansueto e accondiscendente, avrebbe trovato marito presto. Invece quella irriverente di Rina! L’avrebbe mandato al manicomio un giorno o l’altro! Nonostante tutte le cinghiate ricevute, non aveva mai modificato quel suo caratteraccio. Tanto peggio per lei! Avrebbe continuato a lavorare nei campi come il fratello.
A Rina non dispiaceva, meglio passare una giornata con la schiena curva a tagliare il grano che alle dipendenze di un uomo.
Le piaceva flirtare, era affascinante e sapeva di esserlo e poi era l’unico svago concesso a quella vita dura di campo e miseria.
Una sera, come spesso accadeva, era uscita di nascosto per andarsi a divertire in un locale di Bologna. Seduta al bancone si era fatta offrire un bicchiere di vino e una sigaretta, la teneva con grazia tra le dita affusolate e la aspirava in modo sensuale e seducente, le sue labbra si avvicinavano delicatamente e lentamente, la avvolgevano come si avvolge la bocca di un amante, il viso si inclinava lievemente verso l’alto così come il collo che i capelli raccolti mettevano ancor più in evidenza mostrandone il suo splendore e la sua sensualità.
Gli occhi erano tutti per lei, non solo per la bellezza, ma anche per quella grazia giovanile di chi ancora non ha subito cicatrici.

Decise di farsi leggere le carte per scoprire cosa il futuro le riservasse. Un gioco

divertente, chissà cosa le avrebbero rivelato!
Ma il futuro, si sa, non è un gioco. Arriva. Per tutti.
Per lei il futuro arrivò quel giorno, in modo inaspettato e violento.
Rientrando a casa, temeva che il padre le avrebbe urlato contro e l’avrebbe mandata a dormire senza cena, come accadeva sempre quando sgattaiolava di nascosto per andare a divertirsi. Invece, al rientro, trovò tutta la famiglia vicino alla radio, la madre e la sorella in lacrime, il padre che cercava di consolarle e il fratello seduto in disparte che, con lo sguardo rivolto verso il basso, era assorto nell’atto di tirarsi freneticamente le dita delle mani.
Il 10 giugno 1940, quel giorno, l’Italia era entrata in guerra, Mussolini lo aveva dichiarato.
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