Pietro Metastasio

Pietro Metastasio

Oggi ricordiamo Pietro Metastasio nato il 3 Gennaio 1698

Pietro Metastasio, pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi, è stato un poeta, librettista, drammaturgo e presbitero italiano. È considerato il riformatore del melodramma italiano. Nato a Roma il 3 gennaio 1698

Pietro Metastasio e il periodo italiano

Destinato alla professione di orefice, fu iniziato alla professione ma il giovane Pietro dimostrò poco interesse in merito e maggior predisposizione per il canto e l ‘improvvisazione.

G. V. Gravina, incuriosito dalla bellezza e la precocità del giovane decise di prenderlo presso di sé e di avviarlo agli studi, in seguito lo adottò come figlio e gli grecizzò il cognome in Metastasio.

Dopo il ritorno di Gravina a  Scalea in Calabria, Pietro Metastasio fu affidato agli insegnamenti di  Gregorio Caloprese, il quale gli insegnò la filosofia cartesiana.

In seguito,  a Roma, Pietro Metastasio vestì l’abito talare e ricevette gli ordini minori e si dedicò allo studio della  giurisprudenza, ma senza soffocare la propria tendenza naturale alla poesia.

Nel 1717 furono stampate a Napoli le prime Poesie di Pietro Metastasio, che comprendevano il Giustino.

Il 6 gennaio 1711 moriva il Gravina, lasciando a Pietro Metastasio la sua libreria, un capitale di circa quindicimila scudi romani, e, più preziosa, una severa eredità di cultura e di gusto.

Da lui il M. aveva imparato a studiare i classici, traendone insegnamenti di naturalezza e di semplicità: e se dopo la sua morte poté dedicarsi più liberamente allo studio di poeti invisi al Gravina e congeniali al suo spirito (Ovidio, il Tasso, il Guarini, il Marino), non per questo si allontanò dal programma di un’arte limpida e schietta, a cui doveva poi tener fede costantemente.

Verso la metà del 1719 si trasferì a Napoli, dove lavorò presso lo studio dell’avvocato G. A. Castagnola: ma non tralasciò per questo di scrivere versi, cui lo stimolarono l’incanto dei luoghi e il fascino della società aristocratica che tanto gradiva il giovane abate e poeta.

Nel 1720 compose un epitalamio per le nozze di don Antonio Pignatelli e l’anno successivo fu incaricato di scrivere un componimento per il natalizio dell’imperatrice Elisabetta Cristina, moglie di Carlo VI.

La prima ad intuire le sue potenzialità fu una donna, la cantante Marianna Benti Bulgarelli, detta la Romanina, che aveva sostenuto negli Orti Esperidi la parte di Venere. Celebre e ricca, prese a proteggere il giovane prodigioso non solo facendogli conoscere gl’insigni maestri e cantanti che frequentavano la sua casa, ma facendolo istruire nella musica dal Porpora, togliendolo all’esercizio della legge e inducendolo a comporre il suo primo vero melodramma, la Didone (1723).

Questo, rappresentato a Napoli nel 1724, ebbe grande successo malgrado la parte musicale non fosse all’altezza dell’opera.

Pietro Metastasio e il periodo viennese

Nel 1729 Pietro Metastasio fu invitato a recarsi a a Vienna per sostituire il vecchio Apostolo Zeno nell’ufficio di poeta cesareo.

A Vienna giunse il 17 aprile 1730, e vi rimase fino alla morte, sotto Carlo VI e Maria Teresa.

Nella vita intellettuale austriaca prevaleva a quel tempo l’elemento italiano, rappresentato da poeti, artisti, scienziati. A corte si parlava italiano, e Pietro Metastasio visse a Vienna più di mezzo secolo senza curarsi d’imparare il tedesco.

Dai sovrani fu trattato con larghezza e benevolenza: contrasse amicizie insigni, fu intimo del celebre cantante Farinello, cioè Carlo Broschi, che, divenuto favorito alla corte di Spagna, aiutò assai la fortuna dei suoi melodrammi a Madrid.

Fecondissima fu l’attività poetica del M. fino alla morte di Carlo VI : oltre agli oratorî e alle azioni drammatiche compose in quegli anni undici melodrammi, fra i suoi migliori: l’ultimo di essi, Attilio Regolo, fu scritto nel ’40 per l’onomastico dell’imperatore, ma questi morì nell’ottobre, e il melodramma venne rappresentato solo dieci anni dopo alla corte di Dresda.

Maria Teresa, che successe nell’impero a Carlo VI, protesse il poeta con grande benevolenza, e ne fu ricambiata di devota fedeltà, ma non richiese all’arte sua prove considerevoli: tanto che Pietro Metastasio si limitò a scrivere pochi e fiacchi melodrammi.

Dopo la morte della D’Althan, sua musa ispiratrice, cessa quasi del tutto l’attività melodrammatica.

Così invecchiò onorato in ogni modo da Maria Teresa , ma riducendosi negli ultimi tempi a un’attività esclusivamente critica.0

Lo rendeva anche malinconico il ricordo della gloria giovanile, ora che si sentiva estraneo alla società trasformatasi e all’arte che si rinnovava; e lo tormentavano le liti e le proteste di suo fratello maggiore Leopoldo, rimasto a Roma.

Ultimo dei suoi melodrammi fu il Ruggero (1771), rappresentato a Milano per le nozze dell’arciduca Ferdinando con Maria Beatrice d’Este.

 

La scomparsa di Pietro Metastasio e l’eredità da lui lasciata

A Maria Teresa morta nel 1780 il M. sopravvisse due anni soltanto e morì, pare, a cagione di un raffreddore che lo colse mentre stava a una finestra a vedere il solenne ingresso di Pio VI venuto a Vienna per visitare l’imperatore Giuseppe II.

Il compianto universale per la sua morte fu espresso in una medaglia coniata in suo onore con la scritta per noi curiosa: “Sophocli italico”.

Uomo di grande onestà, natura non certo eroica, ma più dignitosa di quanto faccia credere la tradizione , temperamento idillico e alquanto malinconico, scarso di volontà, amante del quieto vivere ma non egoista, generoso con i suoi familiari e con gli amici, refrattario all’odio e all’invidia, esempio di equilibrio morale.

Di abitudini assai metodiche, regolò sapientemente le sue occupazioni, anche lo studio e la poesia stessa che, malgrado l’apparenza, non fu in lui facile improvvisazione, ma frutto di meditato e spesso faticoso lavoro.

Metastasio, pur riconoscente al Gravina per l’educazione classica che ne aveva ricevuta, se ne emancipò assai presto, seguendo quella sua natura idillica, galante, musicale .

Pur  scrivendo drammi per musica, riuscì tuttavia a creare opere di cui alcune furono spesso recitate come vere tragedie: il che prova com’egli superasse quella servitù alla tirannia della musica e dello spettacolo che era il difetto di tanti poeti a lui anteriori o contemporanei.

Pur trattando di solito soggetti greci, romani e orientali, cercò l’interesse (fine principale, secondo lui, del poeta drammatico) nell’intreccio abilmente congegnato e sciolto quasi sempre per via di ricognizioni (riconoscimenti). In questi intrecci venivano a conflitto l’amore e un altro sentimento (amor di gloria, amor patrio, riconoscenza, ecc.); ma tali conflitti, anziché stimolare gl’impeti della passione, la piegavano a poco a poco all’obbedienza della ragione, e la catastrofe di solito era lieta.

Così la galanteria e la moralità, l’eroismo e la passione venivano a comporsi in un mondo spirituale senza eccessi e, in sostanza, senza vero dramma. Mancavano altresì, a creare il dramma, i caratteri scolpiti e fortemente personali: ché anche i più vigorosi degli eroi metastasiani finivano con lo sfumare in effusioni liriche uniformi.

Studioso del teatro greco, latino, italiano, francese, inglese, spagnolo, Pietro Metastasio ammise che i suoi melodrammi risentissero via via di tante letture, ma negò di aver volontariamente imitato questo o quello scrittore: soprattutto negò di aver adattato la tragedia francese al teatro italiano.

Nel melodramma metastasiano, una poesia volta per natura a forme musicali s’incontra con le musiche dei varî maestri, che dal canto loro avrebbero dovuto essere, idealmente, capaci di creare una musica volta a esprimere gli affetti e le crisi drammatiche da lui verseggiate. Il melodramma vive appunto di questi compromessi.

Dove invece il suo pensiero critico si rivelò acuto e abbastanza audace fu nelle questioni letterarie, e specialmente in materia di poesia drammatica, fuori dei suoi rapporti con la musica.

D’altra parte la reputazione ch’egli godé anche fra i dotti e gli artisti è attestata dai tanti traduttori e imitatori che ebbe.

È certo che la poesia metastasiana chiudeva un’età di arte morbida e poco profonda, esaurendola in un’estenuazione musicale oltre la quale non c’era più posto per una poesia, ispirata a una più virile concezione della vita.

 

 

 

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