La vera nobiltà si acquista vivendo, e non nascendo…

 

Siamo oggi lieta di parlarvi di un romanzo del nostro amico Cristiano Perdini  che ci ha regalato un lungo estratto. ( Lo trovate al termine di questo articolo)

 

Titolo: La quercia dell’orfano

Autore: Cristiano Pedrini 

Genere: Narrativa 

Formati disponibili: cartaceo 14×21  ebook: epub/mobi  

Pubblicato con Youcanprint ISBN: prossimamente 

 

 

L’abbazia di Saint-René d’Angers, sorge da secoli sulle colline che circondano il villaggio di Sainte-Eulalie, forse  a voler proteggere quel luogo della Francia centrale  dove il tempo sembra essersi fermato.

La Reverenda  Madre Antoinette e le sue consorelle attendono con  gioia l’arrivo di René Fontaine. Ventuno anni prima, era  stata proprio la donna a trovarlo in fasce sotto una  

quercia in una fredda mattina di novembre. René oggi è  uno dei modelli più famosi e richiesti di Francia, ma nonostante il suo successo è rimasto un ragazzo con i  piedi per terra ed ora pensa

sia giunto il momento di  trascorrere alcuni giorni di vacanza nel luogo dove  venne ritrovato, sperando di scoprire qualcosa di più  sui suoi natali.

In quel soggiorno, il giovane incontrerà  molte persone: Maxime, un intagliatore del legno, Martin de Rohan, appartenente ad una nobile famiglia  della regione, e un solitario e misterioso lupo

che  sembra seguirlo ovunque, quasi a volerlo proteggere  dal suo stesso passato che potrebbe emergere di colpo,  travolgendolo.

Queste presenze renderanno la visita di  René assai diversa da quella che aveva immaginato,  squarciando il velo che da sempre cela le sue vere  origini. 

 

 

Nessuno ti ha chiesto come avresti voluto venire al mondo, né quale infanzia vivere. Nessuno ti ha voluto offrire un futuro, un’opportunità per dimostrare quanto la tua presenza  avrebbe potuto rendere migliore il mondo che ti circondava. 

Noi abbiamo cercato di darti quello che ti è stato negato, 

ti abbiamo accolto come un autentico dono del cielo che,  

come una stella cometa, ha illuminato le nostre vite,  

mostrandoci quello che avremmo potuto essere per te, caro René. 

Abbiamo gioito dei tuoi piccoli e grandi traguardi, 

ti abbiamo confortato nei fallimenti che inevitabilmente fanno parte della nostra vita, spronato a essere sempre te stesso, 

costruendo, giorno per giorno, il tuo futuro… 

E ora specchiandoci nei tuoi occhi vivaci e spensierati, 

ascoltando la tua voce limpida e dolce,  

sappiamo di essere state le persone più fortunate del mondo,  

alle quali è stato concesso di amare e crescere il figlio 

che abbiamo sempre desiderato. 

Morgan e Serge 

René chiuse la lettera e se la rimise in tasca. L’aveva aperta da poco, come aveva  promesso ai suoi genitori, ed era felice che non fossero lì con lui in quel momento,  altrimenti avrebbe mostrato loro emozioni che non sapeva nascondere. Si sfregò gli occhi  lucidi tornando a fissare fuori dal finestrino dell’auto.  

Mille parole non avrebbero potuto descrivere il panorama che agli occhi di René  era rimasto immutato, nonostante dalla sua ultima visita in quei luoghi fossero trascorsi  undici anni. Aveva attraversato il piccolo paese di Sainte-Eulalie e ora percorreva la strada  che risaliva la collina dove si affacciavano gli alti alberi, noci per la maggior parte, che, con  i loro caldi colori autunnali, sembravano essersi raccolti per osservare il suo ritorno. Il  loro foliage si offriva come solenne saluto, un semplice incanto che indusse René a credere  di vivere in una sorta di favola. La sua fronte batteva in modo discontinuo sul finestrino.  La strada era in parte sterrata, proprio come se la ricordava, e nemmeno la guida attenta  del tassista era in grado di evitare che l’abitacolo sballottasse. Ma il giovane non sembrava  preoccuparsene: aveva fatto di tutto per riuscire a tornare nei luoghi che lo avevano visto  nascere, luoghi ben diversi dal mondo che in seguito lo aveva accolto e innalzato alle vette  più alte della sua professione. 

L’auto svoltò all’ultimo tornante, e l’elegante sagoma dell’abbazia di Saint-René  d’Angers si mostrò instillando nel cuore di René gli stessi sentimenti di sollievo e gioia che 

nei secoli addietro i pellegrini avevano provato nel trovarsi dinnanzi alle sue mura, dopo lunghi ed estenuanti cammini. Da semplice miraggio, l’abbazia si trasformava in un’oasi  capace di mitigare le loro fatiche, una realtà che, varcato il portale d’ingresso scolpito nella  pietra millenaria, era fatta di carità e accoglienza. 

Il taxi si fermò all’inizio del viale che portava all’ingresso dell’abbazia. René prese  il borsone lasciato sul sedile accanto, scese e si avvicinò al finestrino anteriore per porgere  il dovuto all’uomo di colore, che gli rivolse un sorriso compiacente. «Grazie ancora per il  suo autografo. Quando stasera mia figlia lo vedrà, andrà in estasi e mi sommergerà di  domande.» 

«Sono io che la ringrazio per essere venuto fino a qui. Sono luoghi un po’  fuorimano», ricambiò il ragazzo salutandolo. 

Quando si voltò il suo sguardo corse all’alto campanile, che con la sua mole  massiccia e il tetto a punta sembrava capace di sorreggere il cielo terso di quella giornata  novembrina. Era sempre stato attratto dalla semplicità di quegli edifici e da come  sapessero fondersi in un perfetto insieme: la basilica con le sue tre navate, la torre  campanaria e il monastero, uno dei più noti e pregevoli esempi d’arte romanica, che da secoli ospitava una piccola comunità religiosa. 

Camminò lungo il viale, scorgendo il taxi che si allontanava lentamente, e infine si  fermò davanti al portale di legno massiccio che si ergeva come solido baluardo a  protezione di quanto le mura di Saint-René d’Angers contenevano. I vecchi chiodi con la  grande capocchia di ferro brillavano alla luce del sole, e René allungò la mano per sfiorarli.  La loro superficie consumata dal tempo instillò in lui una strana sensazione, del tutto  nuova, essendo abituato a essere a contatto con una realtà che imponeva la perfezione,  una realtà che aveva sempre tentato di non subire, e grazie agli insegnamenti dei suoi  genitori poteva ammettere a sé stesso di esservi riuscito. Si guardò attorno prima di  sistemarsi il borsone a tracolla e premere il pulsante del campanello.

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