Il sigillo
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OurFreeTime “Il sigillo” di Francesco Grimandi

Un delitto durante la notte e un monaco assassinato…

Dal 18 Maggio è disponibile un nuovo e intrigante giallo storico firmato da Francesco Grimandi

Se amate la storia e i misteri, questo nuovo giallo è l’ideale per voi!

Titolo: Il sigillo
Genere: giallo storico
Formati dispobinili: e-book e cartaceo
Lunghezza stampa: 196 pagine
Independently published (18 maggio 2021)

Link per l’acquisto

La Storia

Bologna, giugno 1326.

Un monaco è stato ucciso di notte, dopo il coprifuoco, il motivo è ignoto. Jacopo Lamberti, vicario di giustizia, si reca sul luogo del delitto. Quello che appare un comune omicidio nasconde, in realtà, un segreto che riemerge dal recente passato. Qualcuno sta dando la caccia a un misterioso oggetto. Chi lo sta cercando e perché? Jacopo è disposto a correre il rischio di sfidare l’assassino, inoltrandosi in una selva di indizi e depistaggi, ma dovrà affrontare poteri che non aveva previsto, in grado di minacciare la città.

L’autore Francesco Grimandi

Francesco Grimandi, amante di storie antiche e di misteri, compare con i primi racconti nelle antologie Delos Books. I suoi romanzi, “Affresco Veneziano” e “L’eremo nel deserto”, sono disponibili on-line insieme a “L’Orizzonte di Aton”, remota indagine sulla fine del faraone eretico Akhenaton, e “Il soffio della morte”, giallo sullo sfondo della città di Bologna nel ‘300. Un suo noir ambientato a Venezia nel XVI secolo è presente ne “Il Giallo Mondadori”. Autore finalista al premio Gran Giallo Città di Cattolica – Mystfest 2017.

 

L’autore ci ha gentilmente inviato un lungo estratto del primo capitolo, per farvi un’idea della storia e dello stile e, perché no, anche per destare un po’ di sana curiosità.

 

Bologna, 14 giugno 1326

Il terzo tocco della campana sulla torre del Capitano che intimava ai cittadini di rinchiudersi in casa si era ammutolito da un pezzo.

Nell’oscurità della notte, il rumore affrettato dei sandali sulle pietre sconnesse della strada lastricata echeggiò come uno scalpiccio solitario.
Il monaco, coperto dal proprio saio cinerino, stretto ai fianchi da un cingolo di lana bianca, avvertì l’animo in gran tumulto.
Il mandato di cui si era fatto carico, pur non reputandosi all’altezza, era alquanto delicato e temerario ma per dover d’ubbidienza non si era sottratto a quel compito gravoso.
Ogni ombra che si presentava a ridosso dei portici, nella scialba luce della luna, gli induceva uno scatto dei nervi tesi.
Per prudenza, si mantenne al largo, preferendo percorrere la via maestra evitando i vicoli, fetidi e torti, colmi di ogni tipo di lerciume. Anche in quel modo, tuttavia, la strada rimaneva umida e minacciosa per chi la percorreva non armato.
Senza contare il rischio di incappare in una qualche ronda.
I birri o gli uomini del bargello potevano chiedergli ragione della sua presenza in giro a tarda notte e arrestarlo.
In tal caso, la pena minore alla quale sarebbe andato incontro era la prigione.
Deglutì a vuoto; la gola era secca, non per il passo svelto.
Il suono dell’acqua che scorreva in un canale vicino gli diede modo di riflettere su quella città, i cui commerci le offrivano un ruolo così importante da porla in evidenza tra i centri più agiati e popolosi d’Europa.
Guardati dal denaro che crea denaro, l’esortava il vate di Firenze, esiliato come lui, e deceduto cinque anni prima.
La sola anima intellettiva pareva non bastare a dirimere l’aspra contesa che opponeva francescani e domenicani sulla liceità delle ricchezze generate dal prestito che molti equiparavano all’usura.
A sostegno di quella tesi, vi erano i precetti morali delle Sacre Scritture, se non l’autorità di Aristotele.
Tuttavia, al di là di ogni peccato, era essenzialmente quello a muoverlo verso strada Maggiore, oltre a voler salvare la sua stessa vita.
Il monaco gettò una rapida occhiata alle case attorno, dai tetti coppati e le pareti di pietra.
Non un lume, non una voce.
Unica compagnia, oltre alla ferrea volontà di giungere a destinazione, i versi degli uccelli notturni e una lieve brezza che però recava un fastidioso puzzo di pesce, proveniente da qualche vicolo laterale.
Per esorcizzare i cattivi presagi infilò le dita nel piccolo taschino di cuoio, legato al suo crocefisso, e ne strinse il contenuto, controllando che fosse al suo posto.
Quel che trasportava era tutto ciò che rimaneva dell’Ordine.
Con una smorfia, chiuse le palpebre, per vincere il capogiro che lo aveva preso.
Si sfregò gli occhi, quasi potesse vederci meglio e percepì i pensieri farsi imprecisi come ombre segno che le fatiche di quel periodo stavano presentandogli il conto tutte assieme.
Quelle divagazioni lo indussero a distrarsi, tanto che non sentì i passi avvicinarsi.
Quando avvertì il sibilo, qualcosa lo centrò da dietro, alla nuca, e non ebbe il tempo di reagire.

Il mondo scoppiò in una folgore accecante, e lui rovinò avanti, la faccia sprofondata in un rigagnolo di acqua putrida.

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